L' altro mondo...il lavoro

Torino. Nonno Enrico vi arrivò giovanissimo da Senigallia, per lavorare come ebanista. Tra i 5 figli c'era papà Alessandro, che divenne un esperto capofficina. Dopo un periodo lavorativo nelle Officine Grondona di Pontedecimo, nel 1956 mio padre si trasferì nuovamente a Torino. Nella foto nonno Enrico (Senigallia,1884 - Torino, 1960) e papà Alessandro (Torino, 1905 - Torino, 1973).
Avi

In famiglia il lavoro era punto fermo al termine della scuola dell'obbligo: “Se un a l'ha pi nen veuja da studiè, vanta che a s'ancamin-a a cerchese 'n travaj” (Se uno non ha più voglia di studiare bisogna che cominci a cercarsi un lavoro). Era consentito parlarne male, ma poi bisognava affrontarlo senza se e senza ma.
Il lavoro garantiva, oltre alla retribuzione, due aspetti essenziali sotto il profilo socio-economico: la “mutua”, intesa come assistenza sanitaria, e le “marchette”, termine ambiguo assegnato ai contributi previdenziali. Mio padre me lo ripeteva spesso e volentieri. Io facevo lo gnorri, e solo dopo molti anni avrei apprezzato l'insegnamento.
Al termine della scuola media, decisi di non proseguire gli studi. E cominciai e cercare lavoro.
All'epoca non c'era che l'imbarazzo della scelta. Si esaminavano le offerte su “La Stampa”, si telefonava. All'altro capo del telefono il datore di lavoro o chi per esso ammoniva talvolta garbatamente: "Ch'a ven-a doman matin e an racomando, puntual, perchè 'l travaj a speta nen, neh."(Venga domattina e mi raccomando, puntuale, perchè il lavoro non aspetta, neh.)

L'INIZIO

1963 (15 anni). La prima opportunità fu quella di apprendista orafo, subito scartata per scarso interesse.
Poi trovai impiego come apprendista in un laboratorio odontotecnico alla Crocetta. 18mila lire al mese in prova, senza contributi. Era un lavoro interessante, ma per divenire una figura qualificata avrei dovuto frequentare la scuola serale nel rinomato Istituto Plana, per un triennio. Cambio.

Dopo qualche mese entrai come commesso nella ditta Radici e Raccagni, un grande magazzino di tessuti e tendaggi di via Cottolengo. 32mila lire mensili con contributi. Prendevo il bus “F” che da via Tripoli, dove abitavo, mi portava a destinazione senza troppi disagi.
Il lavoro mi piaceva, ed il rapporto di lavoro si sarebbe prolungato se la musica non avesse fatto capolino.
Nel corso dell'attività lavorativa la musica rivestiva un ruolo marginale, ma nell'inverno del '63 l'impegno crebbe notevolmente, e nell'autunno del '64 iniziai la carriera professionistica con mio fratello Giorgio e altri compagni di avventura. Potevo considerarmi a tutti gli effetti un orchestrale, figura vista con rispetto anche se sotto sotto l'ironia ne sminuiva la parificazione con gli altri lavori. Si diceva che “A la neuit an gir as veddo mach le picie, i lader e j'orchestrai” (Di notte in giro si vedono solo le puttane, i ladri e gli orchestrali). Ma andava bene così. I miei non furono mai di ostacolo alla scelta, e mio padre si prodigò per farci conoscere, divenendo il nostro impresario. Sotto, la lettera inviata alla rivista Ciao Amici.

Ciao amici

LA NAJA

L'attività musicale proseguì sino al 1969. Mi ero appena inserito in un complesso che avrebbe dovuto suonare in crociera, quando arrivò la cartolina rosa. Il saper suonare mi fu di grande aiuto nei rapporti con i commilitoni ed i graduati. A fine servizio ripresi l'attivita musicale saltuariamente.

ALTI E BASSI

1970. Non riuscendo a garantirmi una posizione stabile con la sola musica, e non volendo ovviamente fare il mantenuto in famiglia, riprovai ad inserirmi nel mondo del lavoro. Trascorsi un periodo in Val d'Aosta. Il batterista compagno di avventure musicali, l'amico Franco, mi suggerì di provare a lavorare come barista all'Autoporto di Aosta. Fu una esperienza allucinante, e fu così che stabilii il record personale di permanenza: assunto al mattino e dimissionario nel tardo pomeriggio.

1971. A inizio primavera risposi ad una inserzione mirata alla ricerca di persone con esperienza musicale da inserire in una nascente manifestazione. Si trattava della filiale di una famosa casa editrice ubicata in via Cibrario 12, la Sansoni Editrice; il resconto di quel periodo lo trovate mella pagina dedicata ad Antonella Bellan.
Dopo l'estate, per qualche mese lavorai in un magazzino di ricambi auto di via Saluzzo. Il titolare era una brava persona, il lavoro era impegnativo ma non faticoso. Ma mi stava stretto. A fine anno affrontai un colloquio presso una ditta di prodotti surgelati americana, la John Farm, che curava molte mense aziendali di Torino e provincia.
Dopo un periodo di indottrinamento, mi consegnarono la divisa da caposervizio: camicia bianca con papillon nero, giacca rossa e pantaloni neri, e mi mandarono al fronte, alla FIAT!
All'epoca Il posto fisso in FIAT era la massima aspettativa per molti giovani. E se come operaio poteva già andar bene, da impiegato era ancor meglio. L'orgoglio genitoriale si impennava: “ Ma lo sa che me fieul a fa l'impiegato a la FIAT, a l'è prope bin butà!” (Ma lo sa che mio figlio fa l'impiegato alla FIAT, è proprio ben sistemato!)

Portavo a casa quasi trecentomila lire al mese, davvero tante. L'orario di lavoro era dalle 9 alle 20, ma filava via.
Si iniziava con il raccogliere le prenotazioni per calcolare il numero di pasti da preparare, alle 12 ed alle 18. A stima si aggiungevano razioni in quanto molti se ne fregavano della prenotazione e avrebbero finito con l' accaparrarsi il vassoio destinato ad altri.

All'ora prefissata un addetto prelevava dalle celle frigo le vaschette surgelate, che venivano sistemate in un forno a ventilazione. Occorreva posizionare le vaschette su griglie ben distanziate, per favorire una circolazione ottimale dell'aria calda.
In realtà, per un cinico calcolo risparmiatore, i forni erano strapieni con buona pace dei tempi di cottura. Mi andò sempre bene, tranne una volta in cui estraendo vaschette di pasta mi accorsi che in alcune c'era ancora ghiaccio. Attimi di panico di fronte agli improperi dei commensali, ma si riuscì a rimediare. Si ruotava tra varie sedi; alla Pinifarina e alla FIAT Rivalta.

Nel settembre dello stesso anno decisi che “basta”, e ripresi a suonare saltuariamente. Per poter usufruire del servizio sanitario trovai lavoro temporaneo presso l'auto officina di un amico.
Non ricordo con esattezza il periodo, forse autunno '72, quando grazie all'interessamento di un sindacalista si aprì la prospettiva di un posto come ausiliario sanitario. Dopo un colloquio con il responsabile amministrativo dell'Ospedale Molinette, venni indirizzato ad una sede esterna di Pecetto Torinese, l'Eremo dei Camaldolesi. Si trattava di una struttura geriatrica che in tutto il suo complesso suscitava un irrefrenabile senso di angoscia. Pochi ricordi, rammento unicamente che i malati venivano identificati con un numero invece che col nome.
Resistetti meno di un mese
.

IL MOMENTO DEL DOLORE

Nell'ottobre del 1973 mio padre morì tragicamente ed io e mia madre ci trovammo senza un punto di riferimento.
Bruno, il cantante della nostra prima formazione, fu di grande aiuto e mi fece assumere alla Taurus Sages di Leumann, dove dopo un periodo lavorativo come operaio passai a mansioni impiegatizie. Mi trovavo bene e mi sentivo gratificato professionalmente, coltivando buoni rapporti con tutti.

Dopo due anni e mezzo mi ammalai seriamente e trascorsi otto mesi in Ospedale, quel San Luigi che era a 5 minuti da casa e di cui ignoravo persino l'esistenza. Il primo impatto fu drammatico, ma piano piano mi convinsi che ci sarebbero stati ancora giorni migliori. Durante quel lungo soggiorno cominciai ad osservare con curiosità il lavoro degli infermieri, senza pensare minimamente che dopo qualche tempo avrei indossato un altra divisa, questa volta bianca.

Dopo le dimissioni mi sposai, e ricominciai a lavorare.
1976. A fine anno fui assunto come magazziniere presso un laboratorio analisi di Corso Duca degli Abruzzi, il LAMBDA. Altra esperienza interessante ma impegnativa. Per alcuni versi dovevo ancora recuperare sul piano fisico e volli trovare altre soluzioni. Arriviamo a primavera 1977. Feci l'operaio presso una fabbrica siderurgica di Beinasco, la Nitrucarb, per una settimana in prova. Il lavoro era faticosissimo ed al termine del periodo di prova lasciai la ditta.

Nell'aprile dello stesso anno trovai posto come magazziniere presso la Ditta Pigaglio di Via Gonin, una fabbrica di serramenti. Altra esperienza interessante, sebbene i rapporti di lavoro non fossero proprio idilliaci. Nel frattempo mia moglie era stata assunta dal San Luigi con assegnazione al servizio cucina.
Finì che ci iscrivemmo entrambi al corso da infermieri generici. Nel luglio del 1978 ci diplomammo ed iniziammo subito a lavorare in corsia.

IL PERIODO DEI SANTI


Dal 1978 al 2002 il San Luigi ha significato tantissimo sotto il profilo lavorativo e nei rapporti con le persone. In ospedale si tocca con mano la sofferenza, si impara a convivere con la morte attraverso eventi ed istanti drammatici.
Per dodici anni ho espletato le mansioni di infermiere generico, credo con grande senso di responsbilità e coscienza. Per esorcizzare il dolore che aleggiava tra le pareti della struttura si trovava anche il tempo di sorridere e scherzare, con la dovuta discrezione.

Enrico san luigi
A seguito di infortunio mi vennero assegnate mansioni amministrative e destinato al Centro Operatorio dove per 5 anni potei vedere da vicino il possente operato dei chirurghi e degli anestesisti, oltre al notevole impegno del personale infermieristico e ausiliario.
Stare in mezzo a tutti quegli specialisti mi faceva sentire bene, ero refrattario a qualsiasi magagna di salute!

In quel periodo mi stavo avvicinando all'informatica. Da poco era entrata a dirigere il Centro una caposala dotata di indubbie capacità manageriali e di un grande carisma, e grazie a lei potei mettere a frutto le conoscenze informatiche, dando via a tutta una serie di iniziative di carattere amministrativo e gestionale.
La curiosità e qualche momento di ombrosità mi spinsero poi verso altre unità operative; la Direzione Sanitaria, gli Affari Generali, il Sistema informativo, il Centro di Formazione, l'URP, e per chiudere l'Anatomia Patologica.
Mi ritagliai anche uno spazio nel Sindacato, divenendo Segretario Provinciale della CASIL, una sigla autonoma. Per un paio d'anni ingaggiammo una sorte di guerriglia con l'Amministrazione, finendo più volte su “La Stampa” dopo iniziative clamorose e burrascose.

Nel settembre del 2002 , seguendo i suggerimenti di una collega di lavoro approdai al Cottolengo di Torino. Dopo un inizio zoppicante alla Scuola Infermieri venni assegnato al Laboratorio analisi, dove l'esperienza infermieristica ed informatica mi furono di aiuto.
Pur essendo laico, quall'ambiente che aveva una sua grande storia mi affascinava e cercavo di comprederne appieno lo spirito. Trascorsi cinque anni sereni sino al 31 dicembre 2007, giorno del pensionamento con 36 anni di servizio.
Ogni tanto rivedo il film del mio mondo lavorativo. Ci sono stati momenti di serio impegno, momenti esaltanti, momenti difficili. Penso di aver dispensato talvolta torti, per i quali ho maturato nel tempo un profondo rincrescimento.
Ho avuto anche fortuna e lo riconosco. E poi da lassù mio papà sarà finalmente contento che il suo ragazzo abbia nel tempo messo la testa a posto e capito l'importanza dei contributi!

 

Commenti

  • Livio

    1 Livio Il 25/02/2022

    e ci siamo anche divertiti!
    Ciao!!
    Livio
    CASALI Enrico

    CASALI Enrico Il 27/02/2022

    Ma che sorpresa, grazie per la visita. Come va, compagno di avventura?

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