Treno02Che ne sai della ferrovia...
( a cura di Enrico Casali)

 

Cessata la professione musicale, mio fratello Giorgio si era diplomato ed era entrato in ferrovia, ed a quel tempo dimorava in una casa ferrovieri ubicata dinanzi alla stazione di Chivasso. Appena terminato il servizio militare, nell'estate del 1970 vi soggiornai per qualche tempo. "The Blue stars" si erano già sparpagliati, ma mantenevamo attivo il nome a fronte di futuri impegni, anche a carattere saltuario.

Che ne sai della nostra ferrovia, che ne sai...così cantava il grande Lucio Battisti. Io non avevo difficoltà a rispondere poiché la ferrovia aveva sempre suscitato in me un fascino irresistibile e lì mi sentivo in paradiso. Lo sferragliare di treni accompagnava gran parte della mia giornata, e specie la notte il “tu-tun, tu-tun” finiva per accompagnarmi beatamente in braccio a Morfeo. Attraversando il cavalcavia si poteva sentire nell'aria il profumo dei treni, dei binari, un misto di vapore e di ferro che nelle giornate afose diveniva penetrante. Ma le sensazioni erano quelle di un benefico aerosol.

 

Giorgio gestiva il dopolavoro con l'aiuto dei familiari, e vi trascorrevo qualche pomeriggio, spensieratamente. Era punto di ritrovo naturale di ferrovieri, per lo più pensionati, impegnati in maratone di scala 40 e scopa, in compagnia di un bicchiere di vino, una birretta o una bibita, e da spirali di fumo di sigaretta a ciclo continuo.

Le partite a scala 40 erano tranquille, e chi inveiva contro la sfortuna (propria) e la fortuna (degli altri giocatori) lo faceva con toni tutto sommato rispettosi del disegno che la sorte aveva deciso al momento della smazzata. A dire il vero i termini "sfortuna" e "fortuna" godevano della traduzione dialettale, ora piemontese o veneta, ora calabrese o siciliana, che dava loro un carattere più corposo.


Ma ai tavoli di scopa a coppie era tutt'altra musica...lì erano pugni sul tavolo, imprecazioni con rinforzo e terribili bestemmie, e ciò per due ragioni ben distinte.

C'era chi se la prendeva con il compagno di tavolo, reo di non aver memorizzato le carte uscite facendosi “ciulare” settebello e primiera o, la peggior colpa, quella di aver “regalato una scopa”.

L'altra ragione per il fatto che quando i tavoli erano tutti occupati, gli esclusi si organizzavano. I più riguardosi prendevano una sedia, si piazzavano alle spalle di un giocatore e ne seguivano tutta la partita limitandosi ad approvare o meno la giocata con gesti sommessi e discreti.

Ma poi c'erano quelli che facevano il giro di uno o più tavoli, soffermandosi per qualche tempo alle spalle di ogni giocatore. Stavano in silenzio, ma osservando la loro mimica facciale li vedevi che soffrivano. Giunti al limite della sopportazione ecco che allora si lanciavano in commenti spudorati, atti a dimostrare la competenza nel gioco... “..te non dovevi giocare il fante..” “..e te hai sbagliato a non prendere”, “.., oh, ma se avessi preso il sei..” e via di seguito.
Qualcuno faceva orecchio da mercante mentre altri, già inbufaliti da sequenze di gioco nefaste, sbottavano di brutto e sgranavano il loro rosario di insulti tra i quali il classico “va mac, piciu” era il più edulcorato... poi giungeva l'ora di cena ed il bicchiere della staffa avrebbe ricomposto gli animi.