Liutaio

Jacob Van De Geest
(Autore: Enrico Casali)


Nella primavera del 1980 trascorsi una giornata indimenticabile allorché partii di buon mattino alla volta di Vevey, stupenda cittadina svizzera che si affaccia sul lago di Ginevra. Una giornata in cui pioggia e neve, a tratti mitigate da un tiepido sole, dominarono il viaggio.

Dove stavo andando? Appassionato (anche) di strumenti antichi, avevo fissato un appuntamento con uno dei massimi liutai di quel periodo, Jacob Van de Geest. Avevo scoperto la sua biografia su una raccolta di brani per liuto trascritta per chitarra, ed attraverso una serie di contatti epistolari e telefonici, seppi che la sua produzione non era esclusivamente di élite ma proponeva strumenti di costo contenuto pur mantenendo un eevato livello di qualità.

La curiosità era tanta, ma davvero tanta. E fui ripagato. Rammentavo di aver visto la Svizzera solo una volta, nel 1965, dal finestrino del treno mentre stavamo per raggiungere la Germania a far gavetta con The Blue Stars, un po' poco per la verità.

Vevey mi apparve in tutta la sua grazia tipicamente elvetica per forme, colori, ordine delle cose. La casa di Jacob Van De Geest era appollaiata su una collinetta. Giunto a destinazione suonai alla porta con e fu lui stesso a fare gli onori di casa con squisita cortesia.

Dopo una chiaccherata preliminare, mi invitò a seguirlo nel suo “atelier” e facemmo ingresso in una stanza dove si notavano i banchi da lavoro con una quantità di attrezzi incredibile, scalpelli, sgorbie, lime, morsetti, ecc., poi qua e là parti di legno di vari colori che emanavano un profumo soave, a tratti mescolato ad effluvi di qualche vernice o soluzioni usate di recente. E soprattutto, appese a soffitto, tavole armoniche di liuti in paziente attesa di far sentire la loro voce.

Potei anche vedere da vicino (e toccare) un liuto rinascimentale a 10 cori (9 corde doppie + 1 cantino) dal corpo incredibilmente leggero. Mi dettagliò quanto avevo già letto in un suo articolo, a proposito della costruzione di liuti secondo le specifiche dell'epoca, per le quali la leggerezza non andava a discapito della sonorità, anzi ne esaltava le qualità. Mi fece osservare che la tavola armonica non era incollata in toto al corpo ma unicamente attraverso una striscia di pergamena che in caso di danni alla tavola ne averebbe facilitato la riparazione o sostituzione, senza compromettere la struttura.


Arrivò presto l'ora del ritorno e oltre all'irrefrenabile desiderio di poter accarezzare ancora uno strumento del “maestro”, realizzai che il lavoro del liutaio è davvero quanto di più affascinante si possa concepire.