AngelL'angela custode
(a cura di Enrico CASALI)

Torino, 1961. Tredici anni con le gioie e i tormenti dell'adolescenza. La scuola. Affrontavo la scuola con sufficiente serietà e impegno, senza strafare. Alcuni insegnamenti li avrei apprezzati appieno molti decenni dopo.
 

Poi c'era il gioco che non bastava mai. Bicicletta, partite di pallone infinite, le figurine, la cerbottana. E ancora le "biglie", con estenuanti sfide per la conquista del "papalo", il biglione di vetro colorato; e le gare ciclistiche su piste disegnate a gesso, con i tappi delle gazzose che all'interno riportavano colori e  nomi dei campioni,  Bartali, Coppi, Magni, Poblet, Defilippis, Baffi, Gaul...

Nel quadrilatero tra le vie Tripoli, Graglia, Ricaldone e Caprera eravamo un bel gruppo di amici sempre pronti a scherzare e fare scherzi. Ognuno con il suo soprannome da battaglia. Io ero "Legno" per via che a "futbol" giocavo da difensore e non lesinavo entrate decise e poderose sugli avversari. Poi c'erano "Cia", "Ticky e Tycon" (fratelli), "Cascina", "Toro"...

 

Oggi farebbe sorridere, ma a quel tempo mostrare "coraggio" non richiedeva scelte sciagurate. Il banco di prova più ambito era una fabbrica nelle vicinanze con grandi vetrate quadrettate, bersaglio preferito con la complicità della sera. O con la fionda, o con lanci a mano, quel rumore di vetri che si rompevano era un suono celestiale. That sound! Tanti centri, tanto onore.

 

Qualche volta ci lasciavamo prender la mano ed alzavamo la posta, incrementando il tasso di monelleria. Si cominciava con la classica sventagliata di campanelli e si finiva con il far rotolare bidoni di latta nelle rampe dei garage. Quando da adolescenti si è sulla "border line" tra coscienza e incoscienza, e si rischia grosso. Allora ai ragazzi irrequieti si agitava lo spauracchio del  terribile carcere minorile "Ferrante Aporti", ma gli ammonimenti sortivano scarsa attenzione.

 

Sempre la sera, in coppia con l'amico e compagno di scuola S., ci si recava nel vicino Largo Orbassano dove c'era uno scambio del tram 10, e mentre uno tirava su l'anello dello scambio l'altro, con mossa fulminea, infilava una pietra piatta nella giunzione. Quando arrivava il tram ovviamente si bloccava, ed il tramviere era costretto a scendere e fare qualche manovra che richiedeva comunque sempre qualche minuto accompagnato da bestemmie e imprecazioni del conducente e dei passeggeri.

Poi ricordo che all'uscita dalla scuola in molti eravamo usi affacciarci al passante ferroviario del quadrivio Zappata e scaraventare sui macchinisti che facevano manovra qualsiasi cosa passasse per le mani, da chewing gum esausti a palloncini d'acqua, sassolini. Dai che ti dai, un giorno fummo braccati dalla polizia ferroviaria in borghese. Generalità, indirizzo e telefonata ai genitori. Me la cavai con un piatto rottomi in testa da mio padre (meritatamente). A distanza di qualche tempo tutto il cordolo del sottopasso venne dotato di griglie metalliche di protezione.

 

Da lì a poco avrei scoperto “Wheels” e la chitarra, e sarebbe iniziato il cammino verso una crescita anche e soprattutto interiore. Oltretutto a quell'età si vorrebbe cominciare a toccare tante cose, e la chitarra seppe mitigare i turbamenti, divenendo una sorte di angela custode affiancata a quello titolare!