trombone.jpgLa naja in musica
(Autore: Enrico Casali)

Nell'estate del '68 mi pervenne la famosa “cartolina rosa” che chiamava i giovani al servizio della Patria, ed affrontai con pacata rassegnazione l'evento tragicomico della visita di leva. Ci si doveva presentare alle 7 di mattina al Distretto Militare torinese di Corso Lepanto, e da un ingresso secondario si veniva proiettati in un salone di dimensioni enormi.

Quel giorno eravamo non meno di duecento giovani e forti, con la recondita speranza di sentire la magica parola “riformato”, o anche solo “rivedibile” per tenere lontana la naja ancora un anno. Una bolgia indescrivibile, un crogiuolo di caratteri eterogenei che neppure un regista affermato avrebbe saputo mettere in scena. Trionfava il festival dei dialetti in una caciara ininterrotta, sovrastata da nuvoloni di fumo di sigaretta. Chi stava in piedi appoggiato al muro con la rigidità di uno stoccafisso, chi passeggiava nervosamente, chi si stravaccava dove poteva, chi giocava a carte, insomma una corte dei miracoli.

In cotanta diversità di soggetti aleggiava presto un pensiero comune, il fatidico “ma quando si mangia?”. Detto fatto, alle 12 si aprì una porta e fece il suo ingresso nel salone una suora gigantesca, spingendo un carrello di vivande. Il menù prevedeva una distribuzione essenziale quanto pratica: pastasciutta, polpette e verdura sovrapposte su un unico piatto. Nessuno ovviamente, neppure il più scafato, osò commentare e men che meno contestare l'operato della sorella. Nel tardo pomeriggio gli ultimi verdetti e poi il salone si svuotò. Io non la scampai e partii nel febbraio del 1969, novello fante con destinazione C.A.R. di Albenga.

Una gelida mattina di aprile all'adunata del mattino parlò il Maresciallo della banda militare di Imperia.
- Chi suona qualche strumento faccia un passo avanti! -. Dissi che suonavo la chitarra, e secondariamente le tastiere, egli mi squadrò per qualche secondo poi disse “ Va bene, qualcosa ti troveremo da fare”. Così ci ritrovammo ad Imperia in due, io e un ragazzo di Varese, tutti e due sul metro e ottantacinque, a chiudere la fila della banda con il basso tuba rigorosamente senza bocchino, insomma facevamo solo presenza. Ma andava bene così, il Maresciallo ci voleva bene. Eppoi stare nella banda era un privilegio. Niente guardie, niente servizi, capirai!

A giugno nuovo colpo di scena. Da Padova reclamavano un tastierista, posto vacante a seguito di congedo. In coincidenza con il termine del C.A.R. fui trasferito al Quartier Generale di Padova, dove la musica continuò ad essere il filo conduttore della mia vita militare sino a fine servizio. Un pensiero ai compagni di avventura Giuseppe BOTTURA, Raffaele PANELLA, Orazio PERNICANO, con i quali condivisi tranquille serate nei Circoli Ufficiali ed un concerto estivo memorabile all'interno della caserma, con tanto di sbronza colossale a seguire.

Nel periodo pre-congedo mi venne prospettata la possibilità di prorogare la ferma ed abbracciare la carriera militare. L'ingenuità mi fece dare poco peso alla proposta, non riuscivo ad immaginare una vita con sveglia tassativa alle 6.30. Rientrato nei ranghi di una vita lavorativa normale, avrei poi finito con il mettere attentamente le lancette sulle 5.30! Così va il mondo.