Le grotte di Nerone
(Autore: Enrico Casali)


http://www.ilsecoloxix.it/p/imperia/2010/09/03/AMqAvz0D-mitico_maurizio_nerone.shtml

La notizia di cui sopra mi ha profondamente rattristato, ecco perché.

Nel 1971 suonai per metà stagione estiva al Tennis club di Porto Maurizio, impegnato con il gruppo di “Misterbianco” come tastierista. Se la memoria non mi inganna con me c'erano oltre a Tony Ranieri, alias Mister Bianco, Roby Favaro al basso, Nando Catalano alla chitarra e Silvano Mainardi alla batteria. Avevo un Farfisa mini-compact a cui tiravo il collo, a fronte di un repertorio che reclamava se non un Hammond B3 almeno un VOX Continental.

Anche se non era il mio strumento principale, mi impegnavo egualmente per devozione al repertorio ed ai compagni di avventura. Dopo l'esordio, finita la serata finimmo tutti in un locale della zona dal nome piuttosto curioso, “Le grotte di Nerone”. All'epoca ci davo dentro con il whisky, in particolar modo il bourbon, quello che “sa un po' di petrolio”, su tutti il “Four Roses”.

Divenni un assiduo frequentatore poiché oltre a soddisfare il fabbisogno di carburante il locale serviva ottimi piatti, era ritrovo di artisti, insomma un punto culturale di grande spessore, ed era diretto da una famiglia strepitosa. Rino Rossi e la moglie Pinuccia stavano dietro ai fornelli con l'aiuto del figlio Pino al banco.

Rino era un artista eclettico, come potete leggere nell'articolo del Secolo XIX, ed aveva un cipiglio che nel mio immaginario incarnava le sembianze di Poseidone fatto uomo!

patente-di-bere.jpgPassò l'estate, e delle “Grotte di Nerone” rimase un ricordo indelebile. L'ultimo giorno mi venne consegnata la “Patente di bere” ed il nome d'arte “Spugna” in virtù della mia fedeltà ai dettami di Bacco. Rientrato a Torino, un giorno ebbi una intuizione e volli scrivere una dedica in versi che per vari motivi non riuscii mai a fare pervenire a quelle splendide persone.

 

E lo faccio qui. Ciao Rino...

 

LE GROTTE DI NERONE

 

 

Nel mezzo del cammin lungo l'Aurelia,

mi ritrovai con una sete nera,

“O di-vin Bacco, non mi andare in vacca,

fà che non mi ritrovi nella cacca!

Accogli il salmo, padre mio adorato,

di chi sempre t'amò, sempre ameratti,

scusa se insisto, forse pei tuoi figli

sì lesta è dunque l'ora dell'oblio?

In nome tuo ai dover fui sempre ligio,

val dunque rammentarti il buon servigio?

Di me? C'è chi da Susa a Maddaloni

anela con furore ai miei maroni.

Causa fu la crociata ver gli astemi

che il viso avean color dei crisantemi,

sprezzanti in ver la nostr' umil natura

immantinente ordiron la congiura,

Re Yoghurt comandava i maledetti,

figli di latte volgarmente detti,

vigne, cantine, bar, distillerie,

con furor cieco ci strapparon via.

Gente era poi d'ipocrisia corrosa,

dolenti noi goder volea ogni cosa,

ma il vino ribolliva nelle vene,

sangue giammai vi fu, qual sommo bene.

Furon battaglie, furono bottiglie

che ancora i vili piangon come figlie,

vergini ignare della nostra foga

del vel private, ed in tal caso il tappo.

L'Agro Pontino avrei puro asciugato

nei dì d'ardor se grappa fosse stato,

e non mangiavo certo pane e lardo

perorando una sete da infingardo!"

Nel mezzo del cammin lungo l'Aurelia

son sempre lì con una sete nera,

sotto il sedile un fiasco in agonia,

non c'è più un goccio, amen, così sia.

Mollo l'auto, i bagagli e anco la donna

poiché sol penso a un bar, non a una gonna!

Scesa una gradinata a precipizio,

leggo appena più in là “Porto Maurizio”,

E dopo mille strade, viuzze e scale,

finalmente una piazza, e il cor mi sale.

Lo sguardo assente, come in preda a un raptus,

la lingua ormai ridotta a fior di cactus,

gente che compatisci in me l'ossesso,

sai tu che cerco un bar e non un cesso?

E quand'anche la speme ultima è persa,

madre de dios, laggiù vedo una luce.

Corro, stramazzo e il cor mi si riversa,

un bar, Bacco ha raccolto la mia prece.

Entro, niun vedo, poi mi siedo al banco,

e un rantolo mi sfugge e mi sorregge.

Arriva una donzella trafelata,

sorride, - Coca cola o limonata ? -

Balzo all'impié fors'anche divertito,

ma in verità più ch'altro risentito.

“D'accordo, avrò la faccia del buon becco,

però voglio all'istante bianco secco!”

A quel punto irruppe sulla soglia

della cucina (e pria fu gran timore

di cui sol la gran sete ebbe ragione)

di Poseidone il mito fatto uomo.

Del tridente era privo m'avea un piglio

possente al punto che ferìa l'istesso,

se non ché ad un sorriso si dispose.

“Ben giunto qui alle Grotte di Nerone”!

Tali parole ei disse e ne fui scosso,

poiché a mortal memoria non ricordo,

né saprei dire dove, quando e come

voce più meritevole di gloria

udii sì chiara, forte, dolce e di Bacco

l'antico umor a rinnovarne il verbo.

Pur di bontade avea l'alma pervasa

“Il vostro bianco secco, offre la casa !”

Rino il suo nome. Dopo, in confidenza

conobbi la gentil consorte, Pina,

e non potea mancar, frutto d'amore

di sì gran spirto degno erede, Pino

Mentre l'ultimo gotto uscìa dal naso

“Si fa casino, qui?” chiesi per caso

- Sommo beone, forse tu rammenti

i medieval convegni (han nome Sabba)

riti infernal di streghe, di stregoni?-

“Ahimè, di Benevento sol conosco

la strega, forse quella più importante”

- Fa nulla, cervellone, aspetta un po” -

Mezzanotte suonava, e di lì a poco,

parea quasi un segnale convenuto,

di gente un orda una fiumana immensa

vociando nel locale si riversa.

Chi prende posto e attende i gentil paggi

a mescer d'ogni sorta di bevande

pronti, poi chi s'accalca dietro al banco,

e son bestemmie ed urla a più non posso.

Tra gomitate, schiaffi e calci in bocca

dita negli occhi, sento venir meno

le forze, ahimè, quand'ecco che di Rino

provvidenzial la voce udii tra tutte

svettare irata, e tacquero gli astanti.

“Fratelli siamo qui per festeggiare,

non già per insultare con schiamazzi

e gesti senza senso il buon dio Bacco!

Ognun si adopri verbo, anima e corpo

a ravvivar del padre la memoria,

bevendo e poi cantando e componendo

chi un'ode, un motto, un frizzo, un lazzo

sul succo d'uva beninteso, azzo!”

Dopo gli applausi al sommo sacerdote,

colme di vino sorser delle secchie,

bevvi però m'uscìa dalle orecchie.

Finito che fu il prosit generale,

ognun potea gustar ciò che volea.

A un tavolo laggiù vichinghi e celti

che tracannando birra andavan svelti,

di qua polacchi, veneti e cubani

con vodka, grappa e rhum a piene mani.

Ed altri con barbera e grignolino,

vernaccia, barbaresco e vermentino

e chi più n'ha ne metta. Dice Rino

“ Son gente d'ogni razza, d'ogni ceto

ma qui siam tutti eguali, non v'è dubbio”

- E poi qui – aggiungo – non esiste il male

c'è fratellanza invero universale,

con due bicchieri nasce un'amicizia.

E il tristo che mi giudica un maiale

poiché mi riempio il muso lo sa bene,

che vengono da lui tutte le pene

che ora sono qui a dimenticare. -

Salian nel mentre al cielo dolci canti,

anche perché eran pieni tutti quanti,

e siam sinceri, c'era pure chi

correva fuor dell'uscio a far pipì.

All'ennesima brocca ch'ebbi innanzi,

e il nettare dagli occhi pur m'uscìa,

fece in sull'uscio l'alba capolino.

Fu impressionante, in men che non si dica

tutta la gente fuor si riversò

pria che del dì mortal nemica, luce,

ne attanagliasse, ne ferisse gli occhi.

Tradito da un evento di tal fatta

seppure fino a ieri per me ignaro,

sarà la suggestione oppur l'istinto,

mi getto ciecamente nella mischia.

Rino mi blocca e subito m'infila

di foggia cavallina un paraocchi.

“Guardami in viso – disse - e non voltarti!

Se vivi nella notte tu sai bene

che ingigantisce l'animo e le cose,

la luce del mattino le riduce,

le annulla e ci riporta alla realtà.

E per chi vede il mondo in un bicchiere,

questa realtà è pur sempre tanto triste,

son sogni di bontà folli utopìe

che non avranno mai riscontro, già... “

A quella tanto amara conclusione

seguì la mia caduta, pria per terra

e poscia tra le braccia di Morfeo.

Venne il risveglio e subito la mente

corse alla decisone più pressante:

“Mi fermo qui, e non mi frega niente

dell'auto, dei bagagli e della donna!”

Ed ebbi maggior modo di apprezzare

”Le Grotte” e di scoprir mill'altre cose.

La Pina, tra i fornelli gran regina

ad ammanire cibi con un'arte cui,

cito spaghetti e anco le cozze a caso,

pochi mortali è dato di godere.

E Pino, animator di giorni e notti

dall'instancabil fibra. Cento umori

andava riversando tra i presenti.

Or triste, malinconico, discreto,

un attimo, poi folle casisnista

ridendo va e subito conquista

di tutti il cuore. E quando a dar man forte

s'aggiungono talvolta Pino e Pina,

in verità che santa trinità.

Capii così in quai giorno che la vita

non era quella sino allor vissuta.

Venne anche l'ora della dipartita,

fu duro distaccarmi ma in cuor mio

promisi di tornarvi quanto prima.

L'ultima sera, e mai cosa più cara

per me vi fu, mi venne consegnata

dopo di una solenne investitura

il frutto sì agognato: la “Patente

di bere” , e mi fu dato il nome d'arte

“Spugna”, che onoro sempre e in ogni dove!