La vendetta dello "Smeraldo"
(Autori: Enrico Casali e Roberto Di Falco)


Orchestre e impresari. Un rapporto di odio e di amore viscerali, permeato di momenti idilliaci, di sceneggiate, di discussioni burrascose, di aneddoti variopinti. Insomma, ci si potrebbe scrivere un corposo feuilleton. Il nostro era Vincenzo Fissore di Moncalieri, impresario rinomato e con un grosso giro di orchestre. Noi “ingranammo” presto. Le sale erano soddisfatte tanto per il repertorio quanto per il modo con cui ci presentavamo, dicasi l'abbigliamento, quel favoloso smoking bordato di raso e tanto di cravattino.

Un giorno eravamo a colloquio con i titolari della sala danze Arlecchino, i fratelli Messe. Il discorso riguardava la nostra prestazione, eccellente quanto onerosa. Così venimmo a conoscenza del cachet fissato dall'impresario, e decidemmo di avanzare delle richieste più congrue. Trascorso qualche giorno ci recammo a casa sua e chiedemmo l'aumento. A quelle nostre parole impallidì, prese un pintone di vino dal tavolo e lo scagliò per terra esclamando “ Padreterno, ma mi j giun, au dun al pulmino, au dun la cantante, au dun la sina...fumna, va a pjè 'l vin!” (Padreterno, ma io ci rimetto, vi dò il pullmino, vi dò la cantante, vi dò la cena...moglie, vai a prendere il vino!)
E la moglie – Calma Censo, calma...- A quel punto, anche per evitare spiacevoli conseguenze ce ne andammo con l'intenzione di guardarci intorno e finimmo con il contattare l'impresario Arnoldi e passare alla sua scuderia.

Una domenica, che sarebbe stata poi l'ultima, a sua insaputa, ci aveva inserito allo “Smeraldo” di Chivasso come complesso di attrazione, ed avremmo dovuto suonare dalle 17 alle 18 e dalle 22 alle 23. Aveva esaltato le nostre divise con il titolare della sala, ed una mezzora prima che iniziasse la nostra esibizione cominciò a dirci “sa, fieuj, andeve a cambiè...” - Sì, sì, adesso andiamo...- e ridevamo sotto i baffi.
Il tempo passava e lui insisteva “ Sa, fieuj... Alla fine salimmo sul palco vestiti normalmente, e mi ricordo che indossavo una camicia da figlio dei fiori dai toni psichedelici. L'impresario era livido e discuteva animatamente con il titolare. La sera stessa sceneggiata con tutti i “padreternu” possibili e immaginabili.
Al rientro ognuno scaricò gli strumenti a casa, poi Roberto riportò il furgone a casa di Fissore. Il giorno dopo Giorgio gli diede la notizia della dipartita e chiese il saldo delle spettanze, avendone ovviamente un rifiuto. Riuscimmo a recuperare i soldi solo dopo qualche mese con l'aiuto di un avvocato, ed iniziammo a suonare al Florida.